sabato 7 luglio 2018

Resto qui di Marco Balzano

Mercoledì 11 luglio ore 21.30
Appunti per strada
Marco Balzano presenta Resto qui 
- Einaudi
l'autore dialoga con Armando Besio
ingresso libero


Sabato 30 giugno il gruppo dei lettori della libreria di via Volta ha discusso del libro di Marco Balzano. Curon è un villaggio del Tirolo, situato al confine tra Italia, Austria e Svizzera. La sua storia e la sua fama sono legate alla realizzazione da parte della Montecatini di un invaso destinato a produrre energia. Dopo la costruzione della diga l'acqua coprì campi, case e stalle che sorgevano in fondovalle. Solo il campanile rimase in piedi, sulla riva, simbolo della tragica decisione presa nel dopoguerra. Il lago di Resia è una località turistica molto frequentata da turisti stanziali e di passaggio. Ma la bellezza del luogo nasconde un profondo dramma che Marco Balzano ha voluto raccontare per dare spazio in questo romanzo civile a una minoranza nei confronti della quale la storia si è accanita con particolare durezza. Il territorio del Sudtirolo dopo la prima guerra mondiale è stato ceduto all'Italia e gli abitanti hanno dovuto scegliere se lasciare i loro campi e i loro villaggi per trasferirsi nel nord della Germania oppure restare e accettare l'amministrazione fascista. 
Per raccontare il destino di questa terra l'autore ha scelto di mettersi nei panni di una donna volitiva e tenace, che ha insegnato tedesco di nascosto ai bambini costretti dai fascisti a inparare solo l'italiano, che è fuggita nelle foreste per sfuggire ai rastrellamenti dei nazisti e si è opposta anima e corpo alla costruzione di quella diga inutile, cercando di scuotere i compaesani da un ottuso torpore. 
La storia della minoranza sudtirolese si intreccia con la vicenda della famiglia di Trina, la protagonista, privata dell'affetto di una figlia e costretta a vedere il figlio arruolarsi al fianco di Hitler. Una storia dura, raccontata con rigore e lucidità, senza nulla concedere a troppo facili sentimentalismi. Forse proprio per questo potrebbe sembrare un romanzo troppo asciutto, didascalico, ma al carattere di quella  popolazione di montanari  per giunta tedeschi non si addicono certo toni patetici. I sentimenti  veri, amore, amicizia, rabbia e passione civile non mancano e ci accompagnano dalla prima all'ultima pagina di un romanzo che fa luce su un momento spesso dimenticato della storia del nostro paese.
La storia ci aiuta a comprendere l'atteggiamento della popolazione tirolese, che spesso riteniamo ostile nei confronti dei cittadini italiani. Essi infatti hanno subito pesanti discriminazioni, angherie e soprusi da parte dei fascisti. Fino agli anni '50 la povertà e la fatica erano il comune denominatore. Poi l'arrivo in massa di impiegati statali dal meridione ha creato una frattura tra italiani e tedeschi, dal momento che i posti di lavoro retribuiti dallo stato erano tutti destinati agli italiani, così come le scuole e i ranghi amministrativi, mentre i sudtirolesi continuavano ad occuparsi delle terre.


mercoledì 23 maggio 2018


Tutto quello che è un uomo
David Szalay
Adelphi



  
Un romanzo molto originale nella struttura quello del giovane scrittore nato a Montreal e residente in Ungheria. Si articola infatti in una serie di racconti, nove per l'esattezza, apparentemente slegati tra loro. Parlano di giovani in viaggio, di coppie clandestine in difficoltà, di uomini spregiudicati, di incontri casuali. In realtà tutte queste storie dipingono un solo quadro esistenziale: la dimensione della solitudine.
Ogni protagonista del romanzo è un uomo solo, privo di relazioni familiari significative e di amicizie vere e profonde, che vive la sua esistenza in una generica superficialità, senza mai porsi di fronte al destino con un progetto definito, con la volontà di fare un passo in più per cambiare il corso delle cose e dare un senso alla sua vita o una profondità ai suoi rapporti con gli altri.
E' un uomo che si lascia vivere e persegue, senza nemmeno troppo accanimento,  solo il richiamo del desiderio e del denaro. L'immagine che ne scaturisce è quello di una realtà decadente e demotivata che calza perfettamente al modello antropologico dell'uomo europeo contemporaneo. 
Potrebbe sembrare una visione esageratamente critica nei confronti dell'umanità e fortunatamente non tutti gli uomini che conosciamo e con i quali abbiamo relazioni familiari e affettive sono identificabili con l'uomo di Szalay, ma all'autore interessa ritrarre quel tipo di uomo - un tipo d'uomo tutt'altro che raro nelle diverse nazioni europee in cui sono ambientati i nove racconti - fissarne il carattere comportamentale e reiterare l'immagine spostando il campo d'azione.
Colpisce l'assenza quasi totale di sentimenti ma è proprio questa "liquidità" dell'essere che Szalay vuole fotografare offrendoci lo spunto per riflettere sulla necessità di recuperare una sfera relazionale più intensa, una progettualità di vita più determinata e il gusto di vivere con intensità e profondità ogni momento della vita.